Critica

CRITICA

Questa sezione mette in evidenza alcuni testi critici sull’opera di Giorgio Baldoni

Nunzio Giustozzi

I quadri di Giorgio Baldoni colpiscono per l’intimismo minimalista degli ambienti cui sa dare vita: atmosfere eteree, esistenze imbiancate chiuse da pareti pittoriche lisce o trame ruvide nella ricca monocromia di bianchi, di una gamma infinita, di grigi illuminati da qualche bagliore dorato, chiarori alternati a geometriche pozze d’ombra in un silenzio pittorico indecifrabile, esito di una sensibilità profondamente malinconica, eco non proprio leggera della solitudine odierna. La composizione è studiata negli interni ad angoli retti o acuti, finestre fatte di triangoli scaleni mitigati dalle linee morbide di una sedia, di un filo attorcigliato di corrente fino alla spina dalla presa sgangherata, di una poltrona vuota, lontana per rendere più languido uno spazio denso, ripiegato in pochi metri, che talvolta affaccia su altre stanze o su esterni lasciati appena intuire. Le sue opere paiono scacchiere dell’esistenza, quadrettano questo elogio dell’assenza con un rigore mentale spoglio e inquietante, spettrali allegorie della tragedia umana. Un realismo impalpabile, ipnotico quello dei pochissimi oggetti, relitti senza più senso o funzione, dei dettagli desueti costretti a lasciare un’impronta sulla tela invocando il mistero dello sguardo che si poggia immobile su lunghezze intraviste, dimentiche del tempo, della cura, di ogni fretta: non è possibile passare oltre l’essenziale.

Vittorio Sgarbi

Per parlare della pittura di Giorgio Baldoni, è bene subito sgombrare il campo da alcuni possibili equivoci. Il primo è quello che si possa pensare a Baldoni come pittore figurativo. Egli non è pittore figurativo in senso stretto, e tuttavia non è neppure, in senso stretto, pittore aniconico. Baldoni è contemporaneamente pittore e poeta, così che nelle sua composizioni, tenute spesso in bilico tra astrazione e figurazione, si respira un’aria di una poesia antica: poesia di oggetti, di momenti, di situazioni, di fugaci impressioni rimaste impigliate nella tela dei ricordi e delle memorie inconsce. Una forma può sì apparire, tra la materia spessa e grumosa dei suoi quadri, ma sarà facilmente forma ancestrale, primitiva quasi, un grumo di ricordi provenienti da qualche frammento di memoria inespressa che si è “fatto materia” tra le mani dell’artista prima ancora che potesse diventare pensiero coerente e organico nella sua mente. Quella di Baldoni è dunque una pratica pittorica che recupera frammenti di realtà (il portone di un’antica casa di paese, forse oggi andato purtroppo distrutto dalla furia devastatrice del sisma, il volto di un bambino o di un uomo, l’immagine semplice e antica di un sasso, di una foglia, di un fiore, di un gesto, di un semplice frammento di muro), con una sensibilità che pesca dalla grande tradizione informale, e che affonda nel vivo di una tradizione culturale e pittorica che è quella della linea più nervosa e dinamica del secondo Novecento, con le sue scosse visive, le sue ambiguità, la sua incertezza, anche, nel ritrovare l’unità del reale in un solo frammento visivo, e che ama invece giocare con i materiali e le tecniche, con le linee e le forme, senza mai fermarsi su un unico stile, su un unico e immediatamente riconoscibile senso formale. Nella pittura di Giorgio Baldoni c’è, insomma, come il desiderio sottile di cibarsi di ciò che il mondo ci offre – oggetti, emozioni, istanti, ricordi – con la voracità del gesto poetico e creativo, di sovrapporsi in questo modo ad esso, di farlo rivivere dalle sue stesse ceneri per farlo finalmente e poeticamente rinascere, usando non necessariamente le stesse tecniche, lo stesso stile o gli stessi mezzi tra un’opera e l’altra, ma certamente la stessa sensibilità, lo stesso, potremmo dire, atteggiamento mentale e poetico nell’affrontare il mondo e la realtà.

Federica Facchini

2022: Il progetto dal titolo CHANGE, è iniziato nel 2020 con un’esposizione di sculture dell’artista marchigiano Giorgio Baldoni all’interno di Casa Cava, uno dei “Sassi” di Matera. «Con una tecnica povera, quasi francescana, come quella della cartapesta, Baldoni plasma con grande sintesi espressiva gli aspetti vitali che appartengono indistintamente a tutti, quali la vita, la morte, l’amore, la violenza, la sofferenza, la determinazione. Ne risultano composizioni narrative di grande suggestione, dove l’avorio increspato delle superfici porose a volte è vivificato da sbavature e sgocciolamenti pittorici a evidenziare la corruttibilità delle cose dell’esistenza. Sono frammentazioni che hanno qualcosa di archetipico, di ancestrale, che comunicano un’attesa, la cristallizzazione di istanti. Egli traduce in forma plastica con una notevole tensione comunicativa, la pulsione delle emozioni e del vissuto. Baldoni infatti si interessa al momento, cattura l’attimo, per tentare di cogliere quel profondo delle cose che a volte è aleatorio, sfuggente, rapido e che si cela dietro la forza dei simboli. Le installazioni di Giorgio Baldoni hanno un afflato poetico e mistico. Conducono lo spettatore in uno spazio-tempo sospeso che invoca dimensioni dimenticate, nascoste, imprigionate nella memoria individuale e collettiva»1. Con il progetto Change Baldoni desidera percorrere e indagare nuove direzioni, quelle dell’urgenza di un cambiamento, che questa volta sente di trasmettere al fruitore in maniera differente, non passiva attraverso la pura visione dell’opera, ma attiva attraverso un coinvolgimento partecipativo. Per questo la parola chiave del progetto è “connessioni”: non più scultura, pittura, video o performance ma connessioni – di azioni vitali e di pensiero – tra persone, per agire nel mondo e per il mondo. Da anni e sempre più spesso, si è parlato e si parla di sostenibilità ambientale, di cambiamento climatico, di inquinamento, di siccità, consumo del suolo, di distruzione del paesaggio, di desertificazione, di innalzamento dei mari, di emissioni sempre più nocive di Co2 e Co4, di costruzione indiscriminata, di esperimenti nucleari, di riscaldamento globale, di antropocene insomma. Change desidera essere un percorso antropologico e sociale perché il cambiamento deve partire dall’uomo e perché inevitabilmente le scelte fatte, nel bene e nel male, ricadono sull’uomo. É necessario parlare di multiculturalismo, di fratellanza, di pace ma anche di compromesso, di pazienza, di educazione, di cultura, di elasticità anche riguardo l’accettazione di situazioni che a volte non ci appartengono per poter andare avanti con equilibrio, buon senso e consapevolezza. Termini che oggi stanno sfuggendo a tanti, troppi. Non a caso ultimamente, e sempre più spesso, si sente parlare di «una nuova forma di arte politica: l’artivismo. Gli artivisti si interrogano su alcune emergenze del nostro tempo. Aprono piste sulla superficie della cronaca. Si impegnano in atti concreti, coraggiosi, visionari. Per immaginare un altro presente», come spiega bene Vincenzo Trione nel suo ultimo libro2. Nei disomogenei scenari dell’arte del nostro tempo, Vincenzo Trione individua l’affermarsi di una tendenza: l’arte politica, compendiata dall’espressione «artivismo». Ne sono protagonisti artisti-intellettuali, che percorrono vie differenti. Alcuni realizzano opere volte a testimoniare le urgenze della cronaca e il dramma dei migranti. Altri costruiscono installazioni attente a questioni ambientali ed ecologiche. Altri ancora, come gli street artists, propongono colorate forme di riestetizzazione urbana, nelle quali, spesso, commentano fatti ed eventi dell’attualità: originali interventi all’interno di contesti segnati da emarginazioni e da problemi sociali. Ipotesi diverse per dire con forza le ragioni dell’impegno civile. Diventa necessario – anzi urgente – pertanto abbandonare la visione antropocentrica che vede la separazione e il predominio dell’uomo sull’ambiente per passare ad una visione ecocentrica fatta da un ambientalismo che vede la conservazione dell’ambiente nel suo complesso come bene primario. Ci hanno ragionato, scritto, agito, comunicato, scrittori, filosofi, artisti, premi Nobel per risvegliare e scuotere le coscienze ma l’umanità è sempre più spesso impermeabile e la sete di potere e di denaro è capace di soprassedere a tutto ciò. Non è più possibile. Non è più possibile che la volontà di pochi riesca a sottomettere la massa e l’ambiente in cui si vive. È ora che ognuno diventi nel suo piccolo, una particella attiva al cambiamento e al miglioramento collettivo, non più individuale. Forse un’utopia ma fondamentale e necessaria prima di arrivare alla distopia totale. Per tutti. Come asserito da Timothy Morton nel suo Hyperobjects: Philosophy and Ecology After the End of the World, noi percepiamo le catastrofi solo quando esse accadono. Bisognerebbe quindi invertire il nostro punto di vista e come asseriva Democrito nel V secolo a.C., “…proprio in forza delle attività più importanti, noi siamo allievi degli animali, e, in particolare, dei ragni nel tessere e nel rammendare, delle rondini nell’architettare case, e non meno degli uccelli dal canto soave, del cigno e dell’usignolo nel cantare emulandoli”3 e possiamo aggiungere anche l’esempio delle api e dei pinguini nell’organizzare il proprio vivere comunitario ed “economico”. Come Alexander Von Humboldt (1796-1859)4 che analizzando la natura parlava per la prima volta di “oecologie” riportando che la natura organica ed inorganica costituiscono un sistema di forze attive con una visione che tratta di relazione del tutto con il tutto, così CHANGE ha una visione sistemica, che evidenzia un sintomo di urgenza e che eleva a proprio simbolo rappresentativo i pinguini ed il loro “essere” sociale. La lunga migrazione dei pinguini che tornano a dare sussistenza alle proprie famiglie è un mezzo espressivo immediato che viene qui rappresentato tramite una marcia di pinguini dipinti lungo il percorso, tramite t-shirt, affissione di cartelli o utilizzo di stendardi, derìve (a Venezia durante la Biennale d’Arte, a Pesaro Capitale della Cultura Italiana 2024 e in altre location) con immagine creata dall’autore, ancora con l’uso di colori “strutturali” biodegradabili, per sollecitare il rispetto ecologico (progettazione di un convegno e performance presso la Cambridge University). Tutte queste azioni-connessioni, vogliono essere uno strumento di denuncia ma anche uno strumento che partendo dal basso, possa toccare le coscienze delle persone, a partire dai ragazzi, dai semplici cittadini per raggiungere anche i capi politici. Sensibilizzare il mondo sulla tutela dell’ambiente, degli animali ma anche sulla tutela dei diritti umani, diritti che di fatto vengono calpestati ogni giorno, infine sulla richiesta di pace e fratellanza, fattori oggi di vera urgenza anzi di vera emergenza. Intervenire secondo il concetto del Short-term actions/Long-term change5 prelevando uno slogan dal cosiddetto “Urbanismo tattico” una forma di attivismo nato in ambito urbanistico e architettonico. Non è più possibile voltare la faccia dall’altra parte, ecco allora che CHANGE vuole essere una nuova visione, il punto di partenza per la creazione di un nuovo mondo, dove finalmente l’uomo potrà vivere in connessione con sé stesso, con il prossimo e con la natura: un mondo nuovo, un uomo nuovo.

2019: Hanno un afflato poetico e mistico le installazioni di Giorgio Baldoni. Conducono lo spettatore in uno spazio-tempo sospeso che invoca dimensioni dimenticate, nascoste, imprigionate nella memoria individuale e collettiva. Sono frammentazioni che hanno qualcosa di archetipico, di ancestrale, che comunicano un’attesa, la cristallizzazione di istanti. Baldoni infatti si interessa al momento, cattura l’attimo, per tentare di cogliere quel profondo delle cose che a volte è aleatorio, sfuggente, rapido e che si cela dietro la forza dei simboli. Egli traduce in forma plastica con una notevole tensione comunicativa, la pulsione delle emozioni e del vissuto. Con una tecnica povera, quasi francescana, come quella della cartapesta, plasma con grande sintesi espressiva gli aspetti vitali che appartengono indistintamente a tutti, quali la vita, la morte, l’amore, la violenza, la sofferenza, la determinazione. Ne risultano composizioni narrative di grande suggestione, dove l’avorio increspato delle superfici porose a volte è vivificato da sbavature e sgocciolamenti pittorici a evidenziare la corruttibilità delle cose dell’esistenza.

Paolo Levi

Giorgio Baldoni osserva la realtà, la studia e l’analizza come soggetto delle sue opere, ma allo stesso tempo la destruttura, la scompone, la disordina ricomponendola sotto nuove spoglie estetiche ma con il suo significato intatto, immutato. Baldoni contestualizza le sue idee e il suo bisogno di espressività, circoscrivendo il tutto a un’azione pittorica sapiente e di acceso simbolismo.  Il suo astrattismo permette all’astante di guardare le cose da una nuova prospettiva, una prospettiva che attraverso interessanti strutture cromatiche e rapide e sapienti pennellate, allarga gli orizzonti percettivi oltre cui guardare e che costituisce uno dei caratteri distintivi del linguaggio pittorico di Baldoni. Un linguaggio pittorico che mette nero su bianco, una segnica fondamentale per sciogliere la matassa della trama delle sue opere e poter indagare in quel perimetro d’azione artistica, come il maestro riesca a dilatare il tempo e lo spazio rendendo la sua produzione senza tempo, anacronistica. Opere che prendono vita a cavallo tra un passato ostico dove spesso non vi era abbastanza spazio per lasciar andare la creatività come era giusto che fosse, e un futuro incerto ma sicuramente maggiormente benevolo nei confronti di un’arte insolita e ai limiti del concettuale; in mezzo sta il presente, quello che Baldoni vive attualmente con grande contemporaneità e che funge da ponte che mette in comunicazione momenti diversi, non solo del tempo comune ma del tempo dell’artista e della sua carriera. Una ricerca che si prefigge come scopo il rintracciare quell’estetica pura che coincida col significato, una ricerca che vuole andare oltre la bellezza comune e mostrare ciò che non siamo soliti notare.

Alessandro Nicoletti

La qualità architettonica dell’opera aumenta l’essere di ogni sua distinta forma rendendo l’istallazione di Giorgio Baldoni monumentale. Ella non sottomette una tecnica all’altra, bensì l’una interpella l’altra. Non c’è servilismo quando la decorazione diventa essenziale. Così una parete, che non è lì in luogo di altro, rende ornamento lo spazio che diviene il contenuto primo, e così lo spettacolo che celiamo a noi stessi riappare, lo sguardo è dischiuso ancora sull’abisso. Nella radicalità di tale scena si preannuncia la mezzanotte, ove le maschere cadono, la nudità si svela in ciò di cui si è impregnata. E noi tutti, spettatori e attori di questo mondo, noi che mai abbiamo avuto così tanto potere su noi stessi e su esso, cosa ne facciamo? La terra soffre, noi con lei, e messi in catene da soli, accenniamo una debole richiesta: “Toccami con delicatezza e vivrò”.